1. Tra software proprietari e infrastrutture chiuse, lo spazio digitale pubblico appare oggi sempre più ristretto. Ma la partita non è chiusa. Un thread lungo.
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2. Partiamo da una storia non troppo lontana: Nel 2013, il Gezi Park di Istanbul divenne rapidamente un manifesto vivente di resistenza collettiva, impegno civico e diritto pubblico, atto a rivendicare lo spazio urbano. Quella che era iniziata come una protesta ambientale contro i piani di sostituire il parco con uno sviluppo commerciale si trasformò, in pochi giorni, in una lotta più ampia per la democrazia, la libertà di espressione e i diritti collettivi in Turchia.
3. A più di un decennio da quell’esperienza, quello di Gezi Park resta un monito condivisibile: le piazze, i parchi, le strade non sono solo luoghi di incontro, ma teatri di cambiamento, dove la voce dei cittadini si unisce per riscrivere il futuro delle loro comunità.
4. Oggi ci troviamo di fronte a un bivio simile, non per quanto riguarda gli spazi verdi, ma per le infrastrutture digitali. Così come la trasformazione da giardini reali privati a parchi pubblici ha ridefinito il paesaggio urbano a partire dall’Ottocento, la contrapposizione tra software proprietario e open-source sta plasmando l’era digitale moderna.
5. Il denaro pubblico continua a finanziare software proprietari per governi, scuole e servizi pubblici, creando sistemi che vincolano le istituzioni a contratti onerosi, limitando l’accesso dei cittadini e anteponendo il profitto privato al bene comune.
6. Il mondo digitale è la nostra nuova piazza pubblica, il nostro spazio condiviso di conoscenza e partecipazione. Eppure, gran parte di esso rimane chiuso dietro il muro eretto dal software proprietario, l’equivalente di un giardino recintato dell’aristocrazia: bello, funzionale, ma posseduto da pochi e accessibile solo a condizioni rigidamente imposte.
7. Questo è particolarmente evidente nei moderni "giardini recintati" delle Big Tech, dove ecosistemi altamente controllati determinano quale software può essere eseguito, come i dati possono essere condivisi e chi trae profitto dall’innovazione, spesso finanziata con fondi pubblici.
8. Altri pensatori, ben più brillanti di me, hanno coniato il termine "tecnofeudalesimo" per descrivere il sistema che questi attori cercano di imporci: un modello che concentra il potere nelle mani di pochi nuovi signori dell’era digitale, mentre il resto di noi rimane un servo della gleba, vincolato alle loro regole.
9. Il software open-source è il parco pubblico dell’era digitale. È collaborativo, trasparente e progettato per il bene collettivo, non per il profitto privato. Proprio come il Birkenhead Park (1847) e successivamente Central Park (1858), che furono tra i primi parchi a offrire accesso gratuito a spazi verdi migliorando la vita pubblica, il software open-source garantisce un’infrastruttura digitale libera, adattabile e sotto il controllo delle comunità locali.
10. E allora mi chiedo: perché scuole, comuni e uffici pubblici dovrebbero dipendere dai fornitori di software proprietario quando potrebbero invece coltivare beni digitali comuni?
11. La richiesta è semplice, così come articolata dalla Free Software Foundation Europe (@fsfe) nella sua campagna Public Money, Public Code: se il denaro dei contribuenti finanzia lo sviluppo di software per le istituzioni pubbliche, quel software deve essere aperto, accessibile e modificabile dalla comunità.
https://publiccode.eu/it/
12. Il denaro pubblico non dovrebbe servire ad arricchire i giganti della tecnologia che vincolano i governi a una dipendenza perpetua, ma piuttosto essere investito in soluzioni open-source sostenibili, capaci di promuovere innovazione, sicurezza e trasparenza.
13. Così come le città del XIX secolo hanno creato parchi pubblici per contrastare le disuguaglianze urbane, il mondo di oggi ha bisogno di spazi digitali aperti per sfidare il monopolio delle grandi aziende tecnologiche. Una società che crede nei parchi pubblici gratuiti—da Central Park a Birkenhead Park, fino a Gezi Park—dovrebbe anche credere in un software libero e aperto per le proprie istituzioni.
È tempo di abbattere i muri e reclamare i beni digitali comuni.